Incontro
Presentazione di Ermanno Morosi
Il cielo stellato sopra di me, la legge morale
dentro di me (...)
Kant
"L'aletheuein, l'aletheia, consiste nel rendere
aperto l'essente" Heidegger
"Qual è mai, allora, lo scopo in vista
del quale la natura e Dio ci hanno generato? Interrogato su ciò,
Pitagora rispose: 'L'osservare il cielo'.
Aristotele
San Lorenzo, io lo so perché tanto
Di stelle per l'aria tranquilla
Arde e cade, perché sì gran pianto
Nel concavo cielo sfavilla.
Pascoli
E' stato scritto che il naturalismo
è la costante della pittura lombarda. E in quell'humus, che
è in parte artistico, frutto di un dialogo serrato e incessante
con le diverse facce della pittura lombarda, e in parte di situazione,
perché un artista è segnato sempre, come da un imprinting,
dal paesaggio che vede aprendo la finestra della sua casa, è
radicato Silvio Zanella.
Egli è riuscito nel miracolo di attraversare con interesse
le più vertiginose esperienze dell'astrattismo senza abbandonare
tale radicamento, vivendo in prossimità di quel crocicchio
dove la terra e il cielo, il chiuso e l'aperto si incrociano, producendo
la sintesi degli opposti. La sua arte è la dimostrazione vivente
che l'astratto in arte non esclude il naturalistico, che si può
stare nella natura senza tradurla necessariamente in figurazioni antropomorfe.
Un dipinto è sempre un paesaggio, alla condizione di restituire
al paesaggio la sua dignità più profonda, sottraendolo
a quella pittura di genere che, quand'anche sublime, ne coglie solo
l'aspetto più superficiale.
Il paesaggio è un ambiguo Giano Bifronte che per un verso guarda
all'esterno, catturando la fantasmagoria delle forme e dei colori,
mentre per l'altro si introietta all'interno, dove diventa paesaggio
dell'anima. Dal che si evince che nemmeno l'opposizione di Natura
e di Spirito, che ha fatto da contrappunto alla speculazione degli
ultimi due secoli, tocca la pittura, in cui la Natura è da
sempre spiritualizzata.
Partirei proprio da qui per leggere l'ultima produzione di Silvio
Zanella , approdo composto di un lungo e travagliato percorso. Approdo
proprio nella doppia direzione dell'equilibrio formale come riflesso
di una sovrana serenità spirituale. La tecnica post-divisionista
delle sue nature (si veda lo splendido "Trittico paesaggio")
rappresenta, con le sue incrostazioni cromatiche, una sintesi invidiabile.
C'è l'uso espressionistico del colore, con funzione fortemente
emotiva, ma insieme ci sono grumi insolubili di materia che danno
al dipinto una texture dinamica, su cui l'occhio dilaga, abbacinato
dallo splendore visionario. Il dipinto sembra non terminare mai, sfondate
le dimensioni finite della forma euclidea, ma insieme appare in sé
conchiuso, appagato dalla propria autosufficienza estetica. Eppure
la forma non è tutto, sublimata com'è in poesia. La
tessitura coloristica disegna un ritmo poetico e musicale. E' qui,
in questo punto nodale, che l'esteriorità del dipinto si rovescia
in interiorità e che la Natura interiorizzata si permea di
Spirito.
Dove, però, questo stilema estetico si fa autoevidente è
nel ciclo cosmico. Qui è in gioco quel senso cosmologico dell'esistenza
che l'uomo contemporaneo sembra avere drammaticamente smarrito. Zanella
si colloca, heideggerianamente direi, nell'aperto. E l'aperto originariamente
è il rapporto cielo-terra. E' lo stupore dell'uomo arcaico,
la meraviglia che prova chi sta sulla terra, al cospetto del cielo
e degli astri. E' come se Zanella si collocasse in cima al grande
zigurrath, la leggendaria torre di Babele, e da lì, con gergo
babilonese, ci additasse l'infinità del cosmo. Abitare l'aperto
significa elevare lo sguardo (e alzare lo sguardo da terra è
ciò che ha trasformato lo scimmione primigenio in uomo), ma
nello stesso tempo introiettare lo sguardo, guardare in un fuori che
è dentro. L'apert, l'infinito, abitano la profondità
dell'interno. L'aperto è, come il Dio di Agostino, "intimior
intimo meo". Le nozze di cielo e terra si celebrano nello spirito.
L'infinito del cosmo kantianamente "fuori di me" riflette,
in un gioco di perfetta reciprocità, l'infinito della legge
morale "dentro di me". Ecco perché forse mai come
in questi ultimi dipinti, frutto di una raggiunta maturità
umana ed estetica, c'è tutto l'umano, c'è l'espressione
piena di quello stupore primordiale, di quello "thaumazein"
che non è all'origine solo della speculazione, come voleva
Aristotele, ma anche dell'arte.
E com'è il cosmo di Zanella? Di certo, non è il cosmo
della scienza post-euclidea: gli manca la fredda inquietudine di quegli
oggetti mostruosi che popolano l'immaginario della cosmologia contemporanea,
ultimi residui di millenarismi apocalittici. Il cosmo dello scienziato
è sempre più un'apertura che si riavvolge su se stessa,
stritolata da buchi neri, messa in torsione da una gravità
che ripiega e alla fine richiude lo spazio.
In questi dipinti di Zanella, invece, l'aperto è il sereno,
un concerto di armonie in cui gli oggetti, gli astri e le comete sono
solo -come recita il titolo di numerose composizioni- apparenze. Gli
sfondi monocromatici, gialli o azzurri che siano, non appaiono più
di tanto disturbati dal transito effimero dei corpi celesti. Si tratta
di un cosmo fatto né di materia né di energia; più
semplicemente, la sua sostanza è quella dello Spirito.
Guardando e riguardando questi dipinti, moltiplicazioni di un originale
indipingibile perché stampato sulla tela dell'anima, lasciandomi
affascinare dalle loro variazioni cromatiche, mi rendo finalmente
conto che ciò che in essi mi rapisce è la mancanza di
qualcosa a cui nessuno di noi moderni pensa più perché
è diventato ormai l'aria che respiriamo. Qui non c'è
traccia alcuna di nichilismo. Qui si respira a pieni polmoni l'essere.
Il dipinto è epifania di un'emozione serena, messa al riparo
dalla forza angosciosa del nulla, del negativo.
Zanella, con la sua poesia cosmica, ci invita a entrare nell'altra
dimensione, altra non solo rispetto allo spazio squadrato da Euclide,
ma altra soprattutto rispetto a quel deserto d'anima in cui trascorre
la nostra desolata postmodernità.
Qui ci è offerta la possibilità della riconciliazione.
Qui la pittura produce un effetto di verità. Verità
nel senso di Heidegger: rendere aperto l'essente, svelare l'essere
a se stesso.
Varese, novembre 2002