Punti
di vista
di Alberto Veca
Il titolo appartiene al linguaggio del "ritrarre", scelto
perché anche l'ultimo ciclo espressivo di Silvio Zanella mantiene
questa volontà rappresentativa, anche se certamente abitato
da elementi dalle dimensioni difficili da determinare analiticamente,
ma esiste una estesa letteratura, in parte censita in questa occasione,
che percorre le diverse fasi espressive dell'artista a cui agevolmente
si può fare riferimento.
Questo intervento è dedicato infatti alla più recente
stagione del lavoro di Zanella che un sodale con il nostro come Augusto
Garau ha voluto ospitare nei locali di superficie anomala, ostantemente
dedicato, come del resto nell'intero arco della sua produzione, al
tema del paesaggio, nella fattispecie, ed è rilievo importante,
quello naturale. Il primo dato da rilevare è allora quello
della "esclusione" di altri soggetti da parte di un artista
che, per motivi generazionali, è stato esercitato all'accademica
distinzione fra il nostro e altri temi, la "figura" e la
"natura morta". Un'ipotesi potrebbe essere che, a dispetto
della fedeltà più volte riaffermata al soggetto figurativo,
l'artista indaghi principalmente la capacità mimetica della
pittura a partire dai suoi dati elementari, che sono le tre coordinate
spaziali di orizzontale, verticale e profondità: la pedanteria
della specificazione ha una sua ragione perché su questo aspetto
verte il passaggio fra precedente e attuale stagione espressiva. Questo,
che è problema di spazio, e non la narrazione, l'episodio singolo,
sacro, storico o privato, tanto meno il mondo dell'artefatto, che
paradossalmente Zanella esclude pur utilizzando tale strumento. Ritratto
e non "autoritratto", guardare fuori dalla finestra e non
all'interno della casa, o del proprio immaginario.
Alle origini della pittura di paesaggio, inteso come genere autonomo
e non come sfondo o proscenio per la figurazione umana, diverse sono
le radici, tutte comunque significative e ancor oggi agenti magari
in profondo, quella del "luogo ameno" ereditato dall'immaginario
classico, quella del "lavoro stagionale" legato alla dimensione
simbolica del ciclo annuale, scaramanticamente ricordato perché
ricorrente. Poi saranno i momenti della pianura, del mare e della
piazza olandesi, quello dell'agrimensore della nobiltà terriera
inglese traumatizzato dalla visionarietà di Turner. L'En
plain air esercitato dalla scuola di Barbizon e successivamente
dalla veduta impressionista, attento a riprodurre nella bidimensione
della tela i dati percettivi in tempo reale, costituisce il versante
complementare che la storia del genere registra e che si pone alle
spalle di una riflessione sul paesaggio come soggetto pittorico nel
Novecento, che oltretutto in Lombardia ha conosciuto una ricca e articolata
storia.
La temperie è nevralgica perché dobbiamo registrare
il passaggio da una interpretazione del mondo naturale di natura simbolica,
mitologica, religiosa o merceologica, araldica che sia, a una "elezione"
del soggetto della pittura strettamente connesso al modo di pensare
di essere dell'artista, per intenderci "laica", connessa
al contingente.
Questo può giustificare la citazione d'esordio che appartiene
senza dubbio a una congiunturale meno interrogativa dell'attuale ma
che, mi sembra, getti le basi per valutare le variabili che intervengono
anche nell'operare d'oggi. Memoria, metodo e fantasia sono gli strumenti
con cui viene operata la messa a punto del quadro. Poterne vedere
in successione esiti omogenei dal punto di vista dell'intenzione e
della strumentazione pittorica è un ulteriore strumento per
comprendere. La logica del ciclo, della variazione di elementi ridotti
all'interno di un immaginario costante appartiene più alla
ricerca pittorica che si basa più sugli strumenti della pittura
che non sul soggetto, ma il modo di interpretare la figurazione in
Zanella riserva alcune eccentriche eccezioni alla regola.
L'artista giunge a questo ciclo, compatto per impostazione plastica
e divaricante per il colore dominante, il giallo e l'azzurro del fondo,
da una precedente indagine, approssimativamente degli anni ottanta,
in cui i protagonisti principali del quadro erano il soggetto da una
parte ( pianure, colline, spiagge, piante), dall'altra un modo di
gestire la materia pittorica realizzata attraverso una pennellata
densa e policromata dalla fisionomia riconoscibile e ricorrente, di
natura centripeta. A partire da una cellula Zanella è andato
costruendo una sua particolare "consistenza" degli oggetti
che, appunto, possono andare dalla taglia ridotta e colta in primo
piano 4 dell'arbusto alla lunga distanza del "paese", per
usare una terminologia desueta ma credo singolarmente affine nello
specifico. La fase inaugurale di questo ciclo è allora prepotentemente
esplicita, tanto nelle sue coordinate spaziali suggerite (principalmente
il punto di vista) quanto nella forza accordata alla figura, al "corpo"
dell'immagine rispetto al fondo, al campo che contiene il singolo
episodio. Successivamente, ed è il nucleo centrale dell'attuale
episodio, avvengono alcuni significativi cambiamenti: muta radicalmente
il punto di stazione da cui il paesaggio viene ritratto, perché
a dispetto delle apparenze sempre di "paesaggio" si tratta,
sparisce la linea dell'orizzonte, punto di riferimento tranquillizzante
per qualunque sguardo " al di fuori della finestra", anche
le quinte laterali e il centro che spesso costituiscono, almeno nella
tradizione del soggetto, i margini e il cuore della composizione perdono
consistenza paradossalmente a favore di un "paesaggio" senza
gli elementi minimi che lo possano definire tale. L'inquadratura è
totalmente estranea alle coordinate oggettive e soggettive, appunto
al luogo da cui la scena viene ritratta. Zanella adotta a proposito
il titolo di Cosmo come se lo sguardo del pittore, abituato a leggere
sul piano equatoriale o dall'alto/basso, avesse adottato un radicale
basso/alto. E questo cambiamento di "direzione dello sguardo"
è il primo dato: non più un vicino/lontano, un primo
piano e un orizzonte ma un campo pittorico che risulta parzialmente
indifferenziato, o meglio l'elemento determinante è un altro,
la profondità, ma senza coordinate che ne determinino, almeno,
il punto origine.
Al mutamento di punto di stazione si deve aggiungere un ulteriore
elemento. In questo ciclo, che alterna costantemente due colori di
fondo, l'azzurro e il giallo, entrambi simbolicamente complessi, il
procedimento operativo è quello della sovrapposizione di stesure
monocromatiche su una figura policroma che rimane, in questo modo,
per buona parte sommersa. Una poetica del frammento si potrebbe dire:
i "vortici" policromi protagonisti della precedente stagione
permangono, la loro integrità viene negata dalle successive
stesure di pigmento, a volte capaci di far intravedere, per trasparenze,
la figura sottostante, il suo contorno o la stessa consistenza fisica,
a volte totalmente coprenti, lasciando in evidenza una ridotta porzione
della figura che, ripeto, è soggiacente ma di cui vengono,
senza un ordine apparente se non quello compositivo, lasciate in evidenza
alcune ridotte porzioni. Un frammento per il tutto allora, secondo
una logica retorica che può assumere tanto una valenza interno
al magistero del pittore, quanto una più ampia connessione
con un immaginario che, se non è capace di osservare il cielo,
può ritrovarne alcune reminiscenze in queste mappe "senza
coordinate". All'illusione della profondità si può
aggiungere una notazione di tipo operativo, la fisica stratificazione
del colore che non avviene nell'immediato ma che può conoscere
pentimenti e correzioni tali da distanziare anche di anni la prima
e l'ultima definizione del dipinto: il rilievo ha un certo peso perché,
probabilmente, è il segnale del modo particolare con cui oggi
Zanella realizza il proprio quadro: a partire da una immagine di fondo,
immediata, quasi istintiva, sopraggiunge la volontà non tanto
di un controllo compositivo quanto di una progressiva riduzione degli
elementi in gioco fino a arrivare a un punto "essenziale":
gli antichi direbbero alla "perfetione" del dipinto, che
certamente è episodio singolo, a se stante, ma nello stesso
tempo è una tappa successiva rispetto ai precedenti, come tale
appartiene a un discorso ininterrotto di cui è opportuno, congiunturalmente,
privilegiare la sintesi.
Milano,
luglio 2002